Diventa ciò che sei
– Una via di amore con il tantra-yoga – di Ojas –
Yoga è una parola che spesso è stata resa un oggetto, attribuendole un significato parziale. In realtà, lo yoga non è solo postura, ma è fondamentalmente meditazione, respirazione, connessione: yoga significa unione, significa “aggiogare” il sé. È un processo di integrazione dell’essere, un’azione consapevole che ci conduce verso la totalità.
Se ci fermiamo alla dimensione fisica dello yoga – alla postura – senza meditare, respirare e lasciare andare le idee preconcette, è come mangiare solo qualche tartina invece del pranzo di Natale.
Fin da quando avevo diciotto anni ho sempre avuto un anelito verso l’introspezione e lo yoga mi ha sempre attratto, benché non fossi particolarmente predisposto fisicamente. Qualcosa mi richiamava senza però avere molta chiarezza.
Io ero un semplice praticante, un po’ confuso forse dai tanti stili. Ciò che mi attraeva era la flessibilità dei corpi di chi praticava e il fatto di non averla mi fece mollare. Inoltre non trovai alcun beneficio, anzi mi stressavo e non mi arrivava alcuna quiete e quello che percepivo era sforzo e tensione. Questo mi fece spostare verso la meditazione, apparentemente più semplice.
Oggi con il senno di poi, posso dire che sentire la tensione è un punto chiave nella mia pratica yoga, perché significa che il corpo mi sta dando dei segnali che è necessario imparare ad ascoltare. Oggi quello che condivido nei miei workshop è proprio l’ascolto senza intenzione.
Tra i vari maestri di yoga che ho frequentato, uno di loro era un padre gesuita che frequentavo a Milano alla fine degli anni Ottanta. Con lui lo yoga era preghiera, una connessione intima con il sacro che risiede dentro di noi e nel mondo che ci circonda. Attraverso la pratica fisica, il respiro e la meditazione, lo yoga diventava un atto di ascolto, di apertura e di affidamento.
Lo yoga è un ponte tra il visibile e l’invisibile, tra il corpo tangibile e lo spirito immateriale, che ci guida verso un senso di unità con l’universo. Ogni asana può essere vissuta come un gesto sacro, un’offerta di presenza e attenzione. Ogni respiro è un modo per entrare in connessione con il ritmo universale, rendendo ogni inspirazione un’invocazione e ogni espirazione un’offerta. Sedersi in silenzio, lasciando andare il rumore della mente, è un atto di devozione. È ascoltare ciò che emerge, senza giudizio, e lasciarsi trasformare dalla presenza.
Sebbene originario dell’India, lo stile di yoga classico che tutti più o meno conosciamo in Italia, si sviluppò negli Stati Uniti. Indra Devi e Marilyn Monroe contribuirono insieme a rendere lo yoga una pratica moderna e accessibile. Indra, pioniera dello yoga in Occidente, insegnò a Marilyn, che ne adottò gli insegnamenti come parte della sua routine quotidiana per mantenere equilibrio e bellezza. Grazie alla popolarità di Marilyn, lo yoga entrò nella cultura di massa come simbolo di benessere e armonia.
Le due donne aprirono la strada a una visione dello yoga più pratica e universale. Quello che è arrivato a noi con il passare del tempo è uno yoga incentrato sul fitness e non c’è niente di male in questo, ma l’aspetto del corpo è solo una parte.
Lo yoga non è un esercizio fisico, ma una filosofia di vita, un sistema per connettersi profondamente con se stessi e con l’universo. Nell’unione tra corpo, mente e spirito risiede l’essenza dello yoga. La mente occidentale, però, tende a ridurlo a una disciplina estetica o performativa, dove l’aspetto esteriore ha più importanza del vissuto interiore. È come osservare la superficie di un lago senza mai immergersi nelle sue acque profonde: perdiamo la vera bellezza e ricchezza che si nasconde sotto.
Io preferisco un’altra visione: quella di un movimento armonioso, dove mente e corpo dialogano come partner di danza. Questa unione non è una forzatura, ma un’integrazione naturale che porta equilibrio e presenza.
Patanjali, nei suoi sutra, non parlava mai di posture. Parlava degli otto passi per diventare sempre più autentici e uniti con tutte le nostre parti. I sutra sono maestri, sono mappe che ci guidano verso l’unità. Osho quando commenta Patanjali, lo affronta in maniera delicata, decodificando i sutra e rendendo molto accessibile il comprendere i segreti del vivere in maniera consapevole. Questo mi ha ispirato a creare un corso online che ho chiamato “Diventa ciò che sei” e che è quello a cui tutti aspiriamo profondamente. Lo dobbiamo a noi stessi.
Questi passi non sono rigidi, ma una mappa per esplorare la nostra interiorità e vivere con consapevolezza. E più sappiamo chi siamo e più possiamo essere autentici e totali, sentirci vitali e non frutto di un sistema consumistico fatto di falsi desideri e bisogni.
Nello stile di yoga che pratico, il Tantra Yoga Shivaita non-duale, la postura diventa un espediente per percepire la tensione senza interpretare; si entra semplicemente in ascolto e può accadere che la tensione si riassorba.
I sutra sono la direzione, a cui ho aggiunto delle mappe tantriche dove il corpo è usato per percepire tutte le resistenze interne. Si impara a diventare sensibili e a renderci disponibili verso le cose a cui inconsciamente opponiamo resistenza.
Accorgersi che siamo disconnessi dal corpo e che non lo sentiamo, ci aiuta a non abusarne. Ci sono persone che praticano yoga o sport estremi senza il minimo rispetto del corpo; in altre parole ne abusano, lo sfidano, lo piegano, vogliono dominarlo. Altri percepiscono il corpo solo con gli occhiali del dolore, che diventa il collegamento alle memorie o alle fedeltà ai nostri piccoli traumi. Le tensioni sono meccanismi di difesa più o meno consci che a volte si attivano a nostra insaputa.
La visione di Patanjali suggerisce alcune regole per vivere bene. Lo yoga come dice Osho nei suoi commenti, “è imparare l’uso giusto della mente, che porta alla meditazione… La mente in se stessa non è un nemico né un amico; dipende da te, dipende dalla parte di te che è nascosta dietro. Tutti i metodi, tutti i sentieri dello yoga, in realtà, trattano un solo problema: come usare la mente. I sutra di Patanjali ti portano, un passo alla volta, a comprendere la mente: che cos’è e quali forme assume”. Quindi il primo passo è imparare a governare la mente e ad avere padronanza di sé. Per farlo è necessario comprendere a fondo i nostri condizionamenti e le nostre proiezioni verso il mondo esterno. Il secondo passo è imparare a entrare in relazione con le nostre risorse più profonde e naturali in maniera armoniosa e con la capacità di trasformare la sofferenza in consapevolezza. Il terzo passo riguarda l’entrare in ascolto del nostro corpo, osservando le nostre caratteristiche e osservando i nostri limiti e tensioni, un lavoro di accettazione e percezione senza l’interpretazione della mente. Il quarto passo riguarda la respirazione, che ci aiuta a riequilibrare e a instaurare un rapporto di armonia con il nostro sistema nervoso. Questo sistema complesso, progettato per proteggerci, può diventare iperattivo ed entrare in reazione anche quando non ce n’è bisogno. Attraverso il respiro, possiamo favorire un dialogo più equilibrato tra mente e corpo, riportando calma e consapevolezza. Il quinto passo è ritirare i sensi dagli stimoli continui a cui siamo sottoposti dall’esterno ed effettuare “una totale inversione di marcia”, sperimentando uno stato di digiuno, con effetto rigenerante. Il sesto passo ci insegna a focalizzarci senza essere distratti da elementi emotivi interni ed esterni, come ansia, paura, frustrazioni varie e immaginazione. Il settimo passo ci porta fuori dalla dualità, in un luogo dove le polarità si annullano, e ci insegna a fermarci nello spazio del cuore a riposare. L’ultimo passo ci conduce a dimorare in uno stato di beatitudine ed esso non è altro che l’”effetto collaterale” di tutto questo sentiero fatto di piccoli passi. Significa dimenticarsi di sé e lasciarsi guidare dalla fascinazione di esplorare lo sconosciuto e meravigliarsi.
A questo percorso, ho aggiunto un “passo zero”: la visione. Prima di iniziare qualsiasi viaggio, serve darsi un orientamento corretto e rendersi disponibili a una visione che ci conduca dove vogliamo andare. Senza visione, il cammino diventa cieco e incerto. Avere l’orientamento corretto significa assorbire gli insegnamenti fino a farli diventare amici, fondamenta del viaggio nel divenire ciò che si è.
Ma cosa vuol dire diventare ciò che siamo? Cosa cerchiamo davvero nella vita? La risposta è amore. L’amore è il nostro desiderio più profondo, ma anche la nostra sfida più grande. E lo yoga è una via d’amore.
Per amare autenticamente, dobbiamo imparare ad amare noi stessi. Questo significa diventare genitori amorevoli del nostro essere, accogliere le nostre fragilità e celebrare i nostri talenti. L’amore non è un’emozione, non è un ricevere dall’esterno, ma è uno stato dell’essere, senza giudizio, accogliente.
A volte, però, incontriamo un ostacolo: la vergogna di essere noi stessi, i mille giudizi che applichiamo al nostro essere, al nostro corpo, alla nostra diversità che in fondo è un’unicità. Io stesso ho vissuto questa esperienza, sentendomi inadeguato in diverse situazioni, ad esempio come insegnante di yoga. Nel mio immaginario non incarnavo lo stereotipo: non ero flessibile come un contorsionista né avevo il fisico scolpito di un atleta. Questa vergogna mi teneva bloccato, ma dolcemente poi ho compreso che era solo una maschera, l’ennesimo tentativo dell’ego di sentirsi speciale. Ho compreso che lo yoga non è un’arte performativa, ma un viaggio verso l’autenticità. E in questo viaggio, l’amore per se stessi è il primo passo.
Come dice Richard Bach ne Il gabbiano Jonathan Livingston:
“Insegni meglio ciò che più hai bisogno di imparare”.
Un giorno, in un ghat di Varanasi, sulla riva del Gange, incontrai una donna canadese. Si era appena alzata dalla panca di un Pandit, un sacerdote induista che assiste i devoti in preghiere e offerte alle divinità induiste.
Questo sacerdote mi invitò a ricevere la mia puja personale, un rito che viene spesso fatto per onorare gli dèi, purificare la mente e il corpo, o come parte di una richiesta di benedizione prima di intraprendere un viaggio spirituale. Avevo appena concluso il mio training di Tantra Yoga a Goa e desideravo ricevere una benedizione per questo nuovo inizio. Ero quindi tentato di provarlo, ma ero diffidente. La sensazione, era quella di essere il classico occidentale che si lascia coinvolgere in rituali confezionati solo per turisti. Chiesi conferma a quella donna sulla validità del rito e su cosa stesse facendo lì. Mi rispose con una sola frase, che dissolse ogni mio dubbio sul rituale e sull’atteggiamento da adottare nella vita: “Just being…”. L’interpretai come: “Sto semplicemente vivendo”.
Concordai il prezzo di 2000 rupie. Il rituale iniziò. Il Pandit cominciò a tracciarmi sulla fronte punti e linee con movimenti precisi, quasi sacri. Le sue mani sembravano guidate da una forza superiore, ogni gesto carico di intenzione. Poi mi diede una collana di fiori e una ciotola con dei petali e mi condusse fino alla riva del fiume. Mi invitò a lanciare i petali nelle acque del Gange, ma prima che lo facessi, soffiò all’interno di una conchiglia, emettendo un suono intenso, quasi ipnotico, e intonò una preghiera: “Tvuameva”. Rimasi sorpreso: era la mia preghiera preferita.
Era molto più di un rituale: era un invito a essere pienamente presente.
Tvuameva mata cha pita tvameva,
Tvuameva bandhuscha sakha tvameva,
Tvuameva vidya dravinam tvameva,
Tvuameva sarvam mama deva deva.
La traduzione in italiano è:
Tu sei madre e padre,
tu sei il parente e l’amico,
tu sei conoscenza e ricchezza,
tu sei tutto per me, o Signore dei Signori.
Quel momento, tra il suono della sua voce, il profumo dei fiori e il fluire del fiume, rimase impresso in me come un’esperienza di connessione profonda, un ricordo intriso di sacralità e mistero.
Questa preghiera ci ricorda che ciò che cerchiamo fuori di noi è già dentro di noi. La meditazione e lo yoga non ci rendono “qualcosa di più”, ma ci riportano a ciò che siamo sempre stati: amore puro, silenzio e presenza.
Riconoscere questi passi non significa che lo yoga risolva ogni problema. Lo yoga è una via, un percorso che ci offre strumenti per vivere con maggiore consapevolezza e connessione. Accanto allo yoga, esistono altre vie.
La meditazione, lo yoga e la terapia non sono in competizione: sono approcci diversi, complementari, che possono aiutarci a scoprire chi siamo veramente.
Scegliere di camminare su una di queste vie è un atto di amore verso noi stessi, un passo verso l’unione e la consapevolezza. Questo atteggiamento è l’unica vera postura dello yoga.