Lottare o fluire?

– Come reagire di fronte a una diagnosi fatale? – di Maneesha James 

 

– Lotta, rassegnazione e accettazione –

Il modo in cui riceviamo la notizia di una malattia grave, o addirittura terminale, è molto personale.
È particolarmente utile ricordarlo, soprattutto se si ha la tendenza a paragonarsi agli altri, in senso positivo o negativo. Ed è anche opportuno esserne consapevoli se stiamo vicino a una persona che sta affrontando una situazione simile: il modo in cui reagisce potrebbe non corrispondere a come ci immaginiamo che reagiremmo se fossimo nei suoi panni. E il suo modo di reagire deve essere assolutamente rispettato.
Alcuni di noi – magari col sostegno di amici e parenti – assumeranno l’atteggiamento “non lascerò che abbia la meglio su di me”. E decideremo di lottare contro la malattia e la morte fino all’ultimo respiro, di non accettarla passivamente.
Come sottolinea il Dr Jean Shinoda Bolen: “Specialmente quando la diagnosi è il cancro, ma anche per molte altre malattie, la prospettiva del medico è spesso simile a quella di un generale in guerra: la malattia è il nemico da combattere e il corpo del paziente il campo di battaglia”. 1

Coloro per i quali la sensazione di essere responsabili della propria vita è sempre stato estremamente importante potrebbero rispondere proprio in questo modo.
Anche le varie paure associate alla ma­lattia – la perdita di controllo, diventare dipendenti; addentrarsi in un territorio sconosciuto, dove ci saranno moltissime incognite, il senso di non aver ancora vissuto tutto ciò che volevamo, i nostri attaccamenti a coloro che amiamo e alla vita che abbiamo sempre condotto – possono alimentare il nostro opporre resistenza.
Altri a un certo punto potrebbero rinunciare ad opporre resistenza e invece rassegnarsi a ciò che sta accadendo. A malincuore, ammetteranno di non essere stati in grado di cambiare nulla: “Mi arrendo, devo solo assecondare la situazione”.
Nella rassegnazione c’è un senso di sconfitta, di non avere altra scelta se non inchinarsi all’inevitabile. Comprensibilmente, quindi, la rassegnazione può portare sulla sua scia molta tristezza, rabbia o risentimento.
Sebbene possa sembrare uguale alla rassegnazione, l’accettazione non si fonda sull’impotenza, ma sulla comprensione. È uno stato in cui cresciamo mentre affrontiamo ciò che riconosciamo come inevitabile. Forse l’accettazione avviene quando riflettiamo su quanto sia stata preziosa la nostra vita, su quanto abbiamo ricevuto. Siamo grati e ora, se il nostro tempo è scaduto, possiamo dire, con grazia, “così sia”.
L’autrice Stephanie Dowrick osserva che quando affrontiamo in questo modo gli eventi che ci stanno causando dolore, essi non cambiano, “ma cambia il momento presente e così anche il senso di direzione rispetto a come relazionarsi con la vita. Ciò non significa che immediatamente affronterai il tuo futuro con più speranza o allegria. Questo potrebbe non succedere mai. Forse il meglio che si può dire è che affronterai la vita in modo più vero e consapevole”. 2

Negli anni ‘70 la dottoressa Jeanne Segal prese parte a una delle prime ricerche tentate con i malati di cancro del Center for the Healing Arts dell’UCLA. La ricerca fu un tentativo di scoprire se le emozioni giocassero un ruolo nel processo di guarigione.
Scoprì tre tratti particolari che avevano contribuito alla ripresa di coloro che erano sopravvissuti. La prima era la capacità di sapere cosa stai provando e la seconda “la capacità di accettare e sentirsi a proprio agio con tutte le emozioni che riesci a identificare, indipendentemente dalla loro intensità”. 3


– I combattenti nati –

Secondo un sopravvissuto al cancro con cui ho avuto modo di parlare, una reazione combattiva a una malattia che mette a dura prova la vita può es­sere un modo per sconfiggere l’apatia.
Ma la lotta non è contro l’accettazione? Dipende. Se sei un combattente per temperamento e non hai intenzione di affrontare ciò che sta accadendo sdraiato sul letto (scusate il gioco di parole!), comincia con l’accettare che sei fatto così! Se ami combattere, accetta questa tua tendenza e seguila, non a malincuore ma totalmente. Questo ti porterà naturalmente, a suo tempo, a uno stato di let-go.
Piuttosto che una guerra rabbiosa, “fluire con ciò che è” implica un mondo interiore armonioso e un’atmosfera del genere, rilassata e a proprio agio, sosterrà al meglio il processo di guarigione.
C.G. Jung cita la lettera di un suo ex paziente che aveva attraversato molti cambiamenti da quando si era “riconciliato” con se stesso: “Dal male mi è arrivato molto bene… Ho sempre pensato che accettare le cose, in un certo senso, volesse dire esserne sopraffatti. Ciò si è rivelato assolutamente non vero ed è solo accettandole che possiamo assumere un atteggiamento nei loro confronti. Quindi ora intendo giocare al gioco della vita, essendo ricettivo a tutto ciò che mi arriva, bene e male, sole e ombra che si alternano per sempre e accettando in questo modo anche la mia stessa natura con i suoi lati positivi e negativi. Così tutto diventa più vivo per me.
Che sciocco sono stato! Come ho cercato di costringere tutto ad andare nel modo in cui pensavo!”. 4


– Accettazione e fiducia –

Alcune autorità in materia consigliano che a una persona debba essere permesso di rimanere con qualunque sentimento abbia, in qualunque “stadio” del morire abbia raggiunto; altri ritengono che sia più importante che raggiunga uno stato di accettazione.
Dal punto di vista psico-spirituale, secondo KD Singh, “una trasformazione nella coscienza può iniziare seriamente solo dopo la fase di accettazione”. 5

Una storia
All’età di soli trentasei anni, allo scienziato agronomo e meditatore svizzero, Chintan Vacheron, fu diagnosticato un linfoma non Hodgkin. Così seppe di avere “solo mesi” da vivere.
Per alcuni mesi si sottopose a chemioterapia intensiva e a regolari ecografie per verificare se la chemioterapia fosse efficace nel ridurre il tumore. L’ultima scansione rivelò che il trattamento non funzionava: il tumore non si era ridotto.
Una sera a casa si svegliò, preso da un tremore incontrollabile. Ricoverato al pronto soccorso del vicino ospedale, fu visitato brevemente da un medico che gli prescrisse una radiografia ai polmoni. Dopo di che l’infermiere lo lasciò nel suo letto, in un corridoio buio illuminato solo da una luce blu notturna. A quel punto i brividi erano quasi scomparsi…
Continua Chintan: “Da quando ero arrivato in ospedale mi trovavo in uno spazio di fiducia. Sentivo di essere nel posto giusto e che questo corpo sarebbe stato ben curato. Dopo quello che mi sembrò tanto tempo, sdraiato in quel letto nel silenzio della notte, mi ritrovai a diventare sempre più silenzioso, in pace, nella totale accettazione del momento, con tutte le sue incognite. Era una fiducia esistenziale profonda, ben oltre qualsiasi sensazione avessi mai provato prima. Mi riposai in quello spazio per quello che sembrò molto tempo. Dico ‘sembrò’ perché in quel momento il tempo era di un ordine diverso.
Poi fui testimone di questo evento straordinario che iniziò a svolgersi mio malgrado. All’improvviso mi resi conto di essere senza limiti. Non c’era più alcun confine che mi tenesse contenuto in questa forma fisica. Ero solo una presenza… così vasta. Non lasciai il mio corpo come la mia mente avrebbe potuto immaginare; non viaggiai per la stanza né volteggiai sopra il letto. La mia consapevolezza era sempre nello stesso luogo, su quel letto, ma era una qualità che appariva così semplice, ordinaria eppure così nuova, così meravigliosa. Negli ultimi mesi avevo provato un po’ di disagio a vivere in questo corpo fisico, ma ora tutto il disagio, il fastidio, persino il dolore erano spariti. Non se ne erano solo andati, in quella realtà non esiste alcun dolore fisico o disagio. Mi riposai e mi deliziai di quella vastità per quello che mi sembrò molto tempo. Poi a un certo punto mi ritrovai a tornare in questa forma fisica. Fu l’esperienza più strana. Sentivo che stavo tornando in un corpo che era troppo piccolo per ospitare ‘me’. L’immagine che ebbi fu cercare di adattarmi a una scarpa così piccola che per entrarci era necessario un calzascarpe. Fu un processo difficile. In realtà non avrei voluto incarnarmi di nuovo, perché sarebbero tornati il dolore, il fastidio e il disagio di vivere in questa forma fisica, così colpita da mesi di intensa chemioterapia.
Quando tornai per la chemio una settimana dopo, era tutto diverso. Non vedevo l’ora di ricevere il trattamento con una gioia che mi sorprese totalmente. Quando iniziai la terapia, vidi in quel fluido rosso vivo micidiale che entrava nella mia vena la luce dorata dell’esistenza che mi nutriva, mi guariva. C’era una fiducia tale nel mo­mento, una consapevolezza così pro­fonda che tutto era perfetto così com’era. Nei giorni successivi mi resi conto di non avere quasi più effetti collaterali. E fu così fino alla fine della chemio. Tre settimane dopo andai a fare un’ecografia per vedere come stava il tumore.
Entrando nello studio del radiologo avevo la profonda consapevolezza che non ne era rimasto nulla. E, ovviamente, il tizio che fece l’ecografia, fu sorpreso di non trovare nulla. Prima del ricovero d’urgenza avevo un tumore che non rispondeva più alle cure; dopo il ricovero era scomparso. Il mio medico lo trovò piuttosto straordinario e in seguito utilizzò il mio caso per uno studio.
Uscendo ricordo di aver detto a me stesso: ‘Lo sapevo! Qualcosa è successo davvero quella notte in ospedale. Altrimenti questa straordinaria guarigione non sarebbe stata possibile’”.

Tratto dal sito di Maneesha
oshosammasati.org

Riferimenti bibliografici
1. Close to the Bone; life-threatening illness as a soul journey, Jean Shinoda Bowen, M.D. (Conari Press)
2. Forgiveness and Other Acts of Love, Stephanie Dowrick (Penguin)
3. Raising your emotional intelligence, Jeanne Segal (Holt)
4. Commentary on The Golden Flower, C.G. Jung (Book Tree)
5. The Grace in Dying: a message of hope, comfort and spiritual transformation, Kathleen Dowling Singh (HarperOne]

 

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